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BEATO MARCO DA MONTEGALLO 19 marzo 1425 Montegallo (Ascoli Piceno) - Vicenza, 19 marzo 1496
Biografia Questo grande francescano visse negli anni che videro le grandi navigazioni di Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America. Marco figlio del feudatario Chiaro de Marchio, nacque nel 1425 a Fonditore una frazione di Montegallo nei pressi di Ascoli Piceno, dove la sua famiglia si era ritirata per sfuggire alle feroci lotte delle opposte fazioni, che imperversavano in Ascoli. Il padre in ogni modo volle ritornare in città, per dare la possibilità di studiare a Marco, che in seguito passò alle Università di Perugia e di Bologna, dove si addottorò in legge e in medicina. Tornato ad Ascoli esercitò per un certo tempo la professione di medico; nel 1451 per assecondare i voleri del padre sposò Chiara de’ Tibaldeschi di nobile famiglia, ma con la quale convisse castamente; l’anno successivo morì il padre e gli sposi di comune intesa scelsero la vita religiosa, lei entrando tra le clarisse del convento di “S. Maria delle donne” in Ascoli e lui tra i Francescani Osservanti. Questo fenomeno di sospensione del vincolo matrimoniale con successiva scelta di una vita consacrata per entrambi o a volte per uno solo dei coniugi, in quei secoli non era cosa rara e tante figure di eminente santità, furono il frutto di tale scelta. Come Francescano Marco de Marchio, fece il noviziato a Fabriano, poi fu come superiore a San Severino, sotto la guida del confratello e corregionale s. Giacomo da Monteprandone detto ‘della Marca’ che insieme a S. Bernardino da Siena e S. Giovanni da Capestrano, costituivano gli alfieri dell’evangelizzazione del secolo XV e primi fautori dell’apostolato sociale. Prese ad operare contro le due principali piaghe del secolo: le discordie civili e l’usura usata in prevalenza dagli ebrei; svolse la sua intensa attività dal 1458 al 1496, patrocinando la pace e il bene pubblico ad Ascoli, Camerino, Fabriano e combattendo l’usura, che condizionava pesantemente la vita delle famiglie, istituendo i Monti di Pietà. Insieme con il beato Domenico da Leonessa costituì il Monte di Ascoli nel 1458; in seguito da solo istituì quelli di Fabriano (1470), Fano (1471), Arcevia (1483), Vicenza (1486) e non è certo, anche quelli di Ancona, Camerino, Ripatransone; restaurò quello di Fermo. Nel corso del XV secolo anche a Vicenza, come in altre città italiane, fu fondato il Monte di Pietà in seguito alla predicazione del beato Marco da Montegallo. L’iniziativa comunale si concretizzò con una ducale del 12 giugno 1486, nella quale si stabiliva sia l’espulsione degli ebrei da Vicenza che la fondazione di un Monte di Pietà da gestire a spese della città. Il nesso tra i due provvedimenti non era casuale: rifletteva un sentimento e una cultura antiebraici diffusi nell’Europa occidentale del tardo medioevo, nei quali convergevano diverse motivazioni di matrice storica. Incideva soprattutto sul decreto di espulsione il ruolo preminente svolto dagli ebrei nell’attività creditizia, determinato dalla loro progressiva esclusione da altre attività professionali. Nonostante il severo divieto della Chiesa ai suoi fedeli di praticare prestiti su interesse, gli ebrei non erano però gli unici prestatori: quello del commercio del denaro era, da almeno due secoli ormai, una delle occupazioni preferite dei vicentini. Quella che avrebbe potuto essere solo una normale aspirazione a vincere la scomoda concorrenza degli ebrei nel commercio del denaro o negli altri settori economici, si trasformò, nel contesto di una diffusa mentalità antiebraica, in una spinta verso la loro espulsione. Il Monte di Pietà di Vicenza inizialmente ebbe l’impronta del suo fondatore, Marco da Montegallo, fiero oppositore di qualunque rapporto economico che prevedesse la possibilità di ricavare denaro dal denaro. Per questo il prestito era assolutamente gratuito, a disposizione di chi giurava di averne bisogno per sé e per la propria famiglia fino a tre denari per sei mesi. Costituito con somme ricevute soltanto in prestito –e che quindi dovevano essere restituite alla scadenza dello stesso – o a titolo di donazione o di lascito, si proponeva di prestare, senza richiedere alcun interesse, su deposito di pegni che garantivano la possibilità di rientrare quanto meno in possesso del capitale mutuato. Non prevedeva compensi per i conservatori e il tesoriere che erano cittadini “notabili”, ma solo per il massaro e il notaio. La gestione del Monte di Pietà era in mano ai nobili della città, a differenza di quanto avveniva altrove, dove avevano voce in capitolo anche il vescovo e qualche rappresentante dei ceti popolari, e provvedeva con elargizioni ai poveri, soprattutto in occasione di carestie, pestilenze e altre pubbliche calamità, con sussidi a ospizi, betrofi , ospedali e con le doti per le ragazze povere da maritare. Nel 1494 Bernardino da Feltre, in conformità alle decisioni dell’ordine, correggeva gli statuti del Monte di Pietà, introducendo il pagamento di un interesse, sui mutui superiori a 20 soldi, di un denaro per lira al mese, pari al 5% annuo, interesse comunque inferiore a quello praticato da altri Monti, il che permise di accrescere il capitale e di iniziare nel 1499 la costruzione del Palazzo del Monte. Il Monte di Pietà da istituzione pia era ormai diventato una prima forma di istituto bancario di credito. In un suo soggiorno a Venezia, si rese conto che la nuova tecnica della stampa, era un potente mezzo per diffondere il Vangelo, egli stesso diede alla stampa il suo primo trattato “Libro intitulato” e altri volumi successivamente. Nel 1494 a Firenze stampò “La tabula della Salute”, nel 1495 a Siena per la predicazione quaresimale, decise la riedizione del “Libro intitulato”. Quattro capitoli de “La tabula della Salute” riguardano l’usura che Marco condanna come mezzo di perversione; egli associa però nella condanna sia chi chiede prestiti ad interesse, sia chi li concede, perché secondo lui entrambi violano il comandamento di Dio che ordina di amare il prossimo e vieta di provocarne la rovina materiale o spirituale. Egli non era il solo fra i francescani dell’epoca a sostenere la tesi della gratuità del prestito, perché la carità è la regina di tutte le virtù cristiane e nell’ottica della carità non c’è posto per l’usura, ma nemmeno per il prestito ad interesse. Comunque tale tesi non era condivisa da altri francescani prima fra tutti s. Bernardino da Feltre e nel Capitolo Generale tenuto a Firenze il 28 maggio 1493, fu deciso che i ‘Monti di Pietà’ dessero i prestiti con un minimo d’interesse; era anche l’epoca del sorgere degli Istituti di Credito, per il cui funzionamento occorrevano degli oneri. Mentre era a Vicenza per predicare, fu colto da malore e morì il 19 marzo 1496; venne sepolto nella chiesa di S. Biagio Vecchio. Il culto sorto dopo la sua morte, ebbe una definitiva conferma da papa Gregorio XVI, il 20 settembre 1839. attribuendogli la “Beatificazione equipollente”. La sua celebrazione ha varie date, ma il ‘Martyrologium Romanum’ lo elenca al 19 marzo. Autore: Antonio Borrelli 1 Dicembre 2005 ILGIORNALE DIVICENZA Il microcredito, spesso definito “la banca dei poveri”, sta diventando una delle forme più importanti di crescita economica per le popolazioni dei paesi in via di sviluppo. Si tratta di uno strumento che permette l’accesso a finanziamenti bancari per persone che vivono in situazioni di povertà, generalmente escluse dal sistema di credito tradizionale per mancanza di garanzie e di redditività. L’idea del microcredito si diffonde grazie al lavoro di Muhammad Yunus che nel 1976, in Bangladesh, fonda una banca rurale per concedere prestiti e supporto organizzativo ai contadini più poveri. Da qui l’iniziativa si diffonde soprattutto nei Paesi del Sud del mondo, dove milioni di famiglie vivono con il reddito delle loro piccole attività economiche rurali ed urbane, secondo il modello di quella che è stata definita come “economia informale”. La difficoltà di accedere al prestito bancario, a causa dell’inadeguatezza o assenza di garanzie reali e delle dimensioni delle attività, ritenute troppo ridotte dalle banche tradizionali, non consentirebbe a queste microimprese di svilupparsi o di liberarsi dai forti vincoli dell’usura. A beneficiare dei servizi del microcredito sono infatti agricoltori, allevatori, commercianti, ambulanti, artigiani che con piccoli prestiti, limitati nel tempo, riescono a portare avanti e sviluppare le loro attività economiche con lo scopo primario di garantire un sostentamento al nucleo familiare. Si stima che i destinatari di progetti di microcredito e microfinanza (che oltre all’erogazione del credito include anche l’offerta di tutta una serie di servizi finanziari) siano circa 67 milioni, con una crescita annua del 30%. Un ruolo determinante è svolto dalle donne, che spesso sono le principali destinatarie di progetti di questo tipo nel Sud del mondo. Per loro l’accesso al credito non è soltanto un mezzo per uscire concretamente dalla povertà, ma un’opportunità per riappropriarsi di diritti negati e per vedere riconosciuto un ruolo all’interno della famiglia e della società, dando vita così a processi di emancipazione e di promozione sociale molto efficaci. Il potenziale contributo del microcredito alla lotta alla povertà è ora riconosciuto dalle istituzioni mondiali, tanto che l’ONU ha dichiarato il 2005 Anno Internazionale del microcredito,creando un ulteriore interesse per una forma di finanziamento ritenuta spesso a torto lontana dalla realtà occidentale. Oggi il microcredito e, in particolare la microfinanza, è sempre più al centro del dibattito economico-finanziario dei Paesi cosiddetti ricchi. Non fa eccezione l’Italia e Vicenza in particolare, dove proprio in queste settimane è stato presentato un progetto di microcredito, sostenuto da Caritas e da alcuni istituti bancari, destinato ad aiutare persone in difficoltà economiche che vivono nel nostro territorio. |