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Borgo d'Arquata PDF Stampa E-mail
Coordinate: 42°47′N 13°18′E / 42.77583, 13.29472

Altitudine: 670 m s.l.m.

Nome abitanti: borghiciani

Prefisso telefonico: 0736 CAP: 63096

Posizione: Borgo di Arquata è una frazione del Comune di Arquata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno. Sorge immediatamente sotto l'abitato del capoluogo, seguendo il percorso della vecchia Salaria verso Ascoli e seguì le vicissitudini storiche di Arquata, rimanendo sempre soggetto al suo dominio. Il suo toponimo deriva dal latino "borgus" , inteso come piccolo insediamento urbano.

Toponimo:  Il nome è dato  all’insediamento commerciale

Luoghi di interesse:

Tra le costruzioni di maggior interesse storico ci sono

1. CHIESA DI SAN FRANCESCO 

La chiesa di S. Francesco costruita probabilmente nel 1251, sorge in posizione sopraelevata sulla curva d’accesso al paese e presenta una semplice facciata con due ampi portali del XVI secolo. La facciata principale , priva di paramento recava due bassorilievi di arenaria , attualmente posizionati all’interno. Edificio è a due navate è caratterizzato da uno stupendo soffitto a cassettoni di scuola nursina. L’interno della chiesa è decorata da arredi lignei  di pregevole fattura risalenti ai secoli XVI e XVII; la cantoria, pulpito con colonne tortili e gli altari.

In una nicchia scavata sulla parete sinistra si nota una affresco  di  una Madonna del Rosario  contornata dalla rappresentazione di quindici misteri. A lato dell’altare ligneo dedicato a S. Carlo  Borromeo un estratto della Sindone di Torino. La chiesa di S. Francesco costruita probabilmente nel 1251, sorge in posizione sopraelevata sulla curva d’accesso al paese e presenta una semplice facciata con due ampi portali del XVI secolo. L’interno della chiesa, diviso in due navate da pilastri quadrati, ha soffitto a cassettoni, cantoria, pulpito e altari del XVI-XVII secolo. Gli altari lignei gemelli che si fronteggiano nelle due navate sono verosimilmente usciti dalla bottega nursina che, nel 1630-40, ha dotato d’analoghi manufatti le chiese di Norcia. Essi presentano colonne aggettanti decorate con fiori e rami avvolgenti, chiuse alla sommità da un timpano spezzato di sobria decorazione, ed una cornice ricchissima d’intagli che nascondono numerosi sportelli contenenti pregevoli reliquiari: L’altare maggiore nella navata destra, in legno intagliato, contenente un dipinto ad olio di S. Carlo Borromeo, arte maratesca del sec. XVII. Nella cimasa una piccola tela di scuola romana raffigura Gesù che la S. Sindone. Il riferimento è alla copia della Sacra sindone di Torino collocata di fianco all’altare e donata secondo la tradizione, dal Vescovo Giovanni Paolo Bucciarelli alla comunità di Borgo. Diverse epoche d’appartenenza e tipologie caratterizzano gli altri altari: in quello posto vicino all’ingresso nella navata destra, voluto dalla Confraternita di Santo Rosario istituita a Borgo nel 1616, è posta La Madonna del Rosario di Carlo Allegretti da Monteprandone, seconda metà del XVI secolo, con intorno i 15 Ministeri (oggi rimangono solo le formelle poste più in alto). L’altare lapideo (1523) posto nella seconda campata della navata sinistra contiene un affresco raffigurante Madonna con Bambino e Santi attribuito, dallo storico Crocetti, a Giacomo Bonfini da Patrignone (1470-1533 c. ). Prezioso documento d’arte marchigiana del ‘500, è la statua lignea di S. Antonio di Padova. L’antico Crocefisso in legno policromo è assegnabile al sec. XIV-XV. Sotto l’intonaco dalla facciata sono stati ritrovati due bassorilievi d’epoca pre - romana, oggi visibili in contro facciata: una Crocifissione e San Michele. La splendida colonnina che regge la cantoria presenta una raffinata fattura, elegantemente decorata da geometrie floreali.    

 

LA SINDONE DI ARQUATA DEL TRONTO

 

Nel corso dei lavori di ristrutturazione nella chiesa di San Francesco in Borgo d’Arquata, è stata riportata alla luce nel 1981 un’urna dorata contente un lenzuolo di lino con impressa l’immagine facciale e dorsale di un corpo umano del tutto identica a quella della Sacra Sindone che si venera a Torino, recante la scritta “Extractum ab originali”.

 Tale ritrovamento è stato di grande importanza per la comunità di Arquata poiché, secondo quanto tramandato dalle persone più anziane, nel passato un lenzuolo ritenuto miracoloso, chiamato sudario, era esposto o portato in processione durante le carestie, le siccità le guerre. L’ultima ostentazione risalirebbe al periodo della seconda guerra mondiale. Su una pergamena, di cui dispone lo studioso e ricercatore Don Adalberto Bucciarelli ed alla presenza di una Commissione incaricata, un lenzuolo di lino di uguale misura fu fatto combaciare con il lenzuolo della Sacra Sindone e che, a seguito di quest’operazione, sul nuovo telo rimase impressa l’immagine del tutto simile all’originale. Non si fa però menzione del sistema usato per ottenere la riproduzione.

La Sindone di Arquata non è una copia, ma un estratto dall’originale e perciò anche se infinitesima, una parte del sangue di Gesù è in essa riposta e questo per chi crede, costituisce motivo di profonda riflessione e di meditazione. Una lapide di marmo commemorativa del citato Vescovo Bucciarelli si trova all’interno della chiesa di San Francesco e ricorda, tra gli altri meriti, l’incarico del suddetto come segretario presso il Cardinale Federico Borromeo. Vicino alla lapide si trovano un grosso altare di legno con una tela raffigurante S. Carlo Borromeo inginocchiato dinnanzi ad un altare, ed ancora più in altro una tela più piccola, anch’essa del tardo ‘500, raffigurante Maria che osserva la Sindone. Questi due dipinti dimostrano lo stretto legame esistente tra la famiglia Borromeo e la Sacra Sindone e spiegano la presenza in Borgo d’Arquata della preziosa copia della reliquia. La tradizione tramanda, in ogni modo, che l’estratto è voluto al fine di avere una Sindone di proprietà ecclesiastica, in quanto quella di Torino apparteneva ai Savoia e che essa doveva forse essere custodita in posto riservato. Periferico e sicuro.

Ora la Sindone è conservata nella chiesa di San Francesco e custodita in una teca con davanti cento lumi.

2. Il Convento di San Francesco

Il Convento di San Francesco di Borgo, probabilmente fondato nel 1251, era uno dei 90 presenti nelle Marche nell’anno 1334 e di proprietà dell’Abbazia Benedettina di San Pietro dello stesso luogo. Costruito addossato alle pendici di una collinetta, in un secondo momento fu completato con la costruzione della chiesa dedicata sempre a San Francesco. Entrambi gli edifici furono restaurati e rimaneggiati più volte e ricostruiti durante il Rinascimento. La sua esistenza si lega spesso con il nome della famiglia Bucciarelli che più volte, attraverso lasciti testamentari, donazioni e pagamento di spese per migliorie dell’edificio, è intervenuta nella vita del convento. I monaci francescani, rigidamente osservanti la regola della povertà, cedettero il convento ai frati conventuali della provincia umbra che annoverava anche le terre di Tufo ed Arquata. Padre Illuminato di San Severino, docente di teologia, che si trovava ad Ascoli Piceno, nella Casa di Sant’Antonio, prese possesso del convento di Borgo. Nei primi anni del 1800 il monastero versava in critiche condizioni di conservazione. L’edificio era costituito da due piani ed un chiostro a pianta quadrata. Al primo piano c’erano: il refettorio, la cucina, la cantina e qualche altro locale. All’esterno una vasca di pietra che raccoglieva le acque di una piccola sorgente che i frati utilizzavano per il loro fabbisogno. Al piano superiore un modesto appartamento, per ospitare visitatori, e le celle dei religiosi. La famiglia Bucciarelli, nel 1837, si caricò la spesa dell’ampliamento e della ristrutturazione del convento, il comune di Arquata donava la somma di 100 scudi ogni anno, tutto ciò per il miglioramento delle condizioni di vita dei frati. Nel 1854 il convento contava la presenza di 10 religiosi che furono molto attivi durante l’epidemia di colera del 1855. Ercole Saladini, parroco di Borgo, lo annota nel Liber Mortuorum.

3. CHIESA DEI SS. PIETRO E PAOLO

Percorrendo un breve tratto della strada provinciale della Valfluvione, un po’ fuori dal centro abitato, nel luogo di mezzo tra Piedilama, Camartina, Arquata e Borgo, si erge la chiesa dei SS. Pietro e Paolo.

L’interno della chiesa si sviluppa in una sola navata centrale di forma rettangolare, senza alcuna fisionomia stilistica.

Decorata da diversi dipinti, il più interessante è una tavola ad olio, tagliata a forma di lunetta, metri 2,5 per 0,89, collocata sotto il rosone raffigurante la "Pietà". Nella deposizione sono raffigurati la Vergine che sorregge il corpo di Cristo Morto con le due Marie ed i Santi Giovanni e Pietro, con abiti rossi, verdi e violacei. Questa lunetta doveva far parte come centina di una pala che con il trascorrere del tempo è andata perduta.

Il dipinto viene attribuito da alcuni a Nicola Filotesio, noto come Cola dell'Amatrice, che fu particolarmente attivo in questa zona.

Un altro dipinto è collocato sopra l’altare maggiore e rappresenta la Madonna in trono con il Bambino con ai lati, in piedi, San Pietro e San Paolo, ai quali la chiesa è dedicata. L'opera è del secolo XVII, misura m. 3 per 1,57, attribuita ad uno sconosciuto artista locale influenzato dallo stile del Filotesio.

Permane in un discreto stato di conservazione anche il ciborio, del XVII secolo. Realizzato in legno dorato, a forma di tempietto, con due ordini sovrapposti di colonnine e nicchie, a restringersi verso l'alto, misura in altezza metri 0,86.

In sagrestia sono custoditi anche due angeli portacandelieri lignei dorati, con vesti svolazzanti, alti m. 1,10, catalogati come arte popolare del XVII secolo.

Sulla vela del campanile, vi sono due campane di bronzo di diverse dimensioni e tipologia.

La più antica risulta fusa a Norcia nel 1632, misura cm. 56 per 56, e vi si legge questa iscrizione: "BENEDITTUS ANTELLI DE NURSIA FECIT. DA NOBIS DOMNE AUXILIUM TUUM."

La più grande, del 1700, misura cm 78 per 78, si fregia di innumerevoli riproduzioni di medaglie dell'epoca, la sua iscrizione recita così: "DEO DEIPARE ET APOSTOLORUM PNCI DICATA, TPRE R.D. FRANC. CALVELLI 1713 CAROLUS MANZETTI ME FECIT".

La chiesa dei SS. Pietro e Paolo apparteneva all'Abbazia di Sant'Eutizio di Norcia.

I monaci eutiziani risalendo i valichi appenninici, estesero la loro presenza nella Valle del Tronto. Nel giugno del 1115, il vescovo di Spoleto mons. Enrico Gualfredi, con il consenso del giudice Rainaldo, cedette a Sant'Eutizio alcune chiese che erano sotto la sua giurisdizione, con tutti i proventi, decime e diritti funerari. Come segno di autorità impose l'offerta simbolica di due ceri per la festa dell'Assunta. Tra quelle elencate nel diploma dell'atto, è citata la "ecclesiam Sancti Petri in Arquata cum sui pertinentiis", cioè tutto il circondario occupato dai paesi di Borgo, Camartina, Piedilama, Trisungo e buona parte del distretto di Arquata.

A metà del secolo XIII, Norcia dominava su Arquata, Accumoli, Tufo e Capodacqua. I monaci eutiziani, temendo l’espansionismo della cittadina umbra, sollecitarono l’intervento della Santa Sede nella persona di mons. Bartolomeo Accoramboni. Successivamente, il 12 novembre 1253, una lettera del papa Innocenzo IV, confermò il possesso dei beni ceduti dall’imperatore Enrico IV. Nel 1444 Frate Eutizio Corradi di Abeto, nominato Vicario Generale per i benefici eutiziani nel Piceno, volle riordinare i beni e i privilegi spettanti all’Ordine. Questi inviò al preposto di San Pietro, Barnaba di Benedetto Fusconi, la richiesta di restituire alcune tazze in argento al loro proprietario Tommaso Martini di Norcia. Quattro anni dopo, il nuovo abate Anastasio, ingiungeva a frate Angelino Antonio Ambrici di Arquata, residente in San Pietro, di lasciare la sua residenza e di osservare più rigidamente la Regola dell’Ordine.

Secondo i dettami del "Liber Censuariarum" del 1478, risulta che San Pietro doveva all’Abbazia di Sant’Eutizio un censo annuo di "cento piatti, cinquanta coltelli, e una libra di pepe per un canonicato", letteralmente "scudellas et tagliera".

L’importanza della chiesa di Borgo si connotava di essere conferita a canonici che si distinguevano "per pietà, dottrina e nobiltà di casato." Tra loro Frate Barnaba, 1446, Francesco Berardelli, 1528, Adriano Fusconi, nella seconda metà del sec XVI, fu eletto vescovo di Aquino.

Gli atti di una visita pastorale, del 1573, da parte del vescovo della diocesi al rettore don Benedetto Bonamico di Arquata, permettono di sapere che questa chiesa, ancora di dipendenza eutiziana, aveva una rendita annuale di cento aurei, gravata di una tassa di cinquanta scudi da versare al vescovo di Aquino, beneficio iniziato nel 1565.

Nel 1853 la chiesa necessitava di interventi di restauro, non avendo buona parte del soffitto, pareti malridotte e finestre che non fornivano abbastanza luce. Il parroco del tempo tale don Giovanni Saladini con una lettera, del 5 dicembre 1853, indirizzata al vescovo Zelli Iacobuzzi si attivò per ristrutturare l’edificio della chiesa. Il vescovo autorizzò gli interventi di recupero su progetto dell'ingegnere Proclo Baldassarri.

I lavori di ripristino furono commissionati a Nicola Trocchi che, obbligandosi per 230 scudi, riconsegnò i lavori dopo tre mesi. Il tetto fu abbattuto e rialzato per avere una maggiore pendenza. Fu costruita la volta in mattoni sostenuta da una robusta centinatura inframmezzata da archi in mattoni poggianti su pilastri addossati alle pareti. Furono murate le finestre anteriori e sostituite dall’apertura del rosone centrale.

4. CHIESA DI SAN SALVATORE

L’antica chiesa dedicata a S. Maria della Pieve ebbe il titolo cambiato nel sec. XVII con quello di San Salvatore per avere ospitato il crocifisso ligneo duecentesco sottratto alla Chiesa di San Salvatore di Sotto ad Ascoli Piceno. La chiesa crollò a seguito dell’erosione del fiume Tronto e del terremoto del 1915.

L’attuale chiesa fu ricostruita nel 1928 in stile lombardo su progetto dell’ingegnere ascolano Livio Tavoletti ed inaugurata il 31 agosto dell’anno successivo. E’ a navata unica con abside semiottagonale ed ha la facciata di stile lombardo. E’ officiata solo una volta l’anno in occasione del processione del SS. Crocifisso.

 L'Hospitale di Santo Spirito

Nelle immediate adiacenze della chiesa del SS. Salvatore esiste un edificio che presenta, sul lato che guarda verso la Salaria, un portale d’ingresso ad arco ogivale ed una monofora, risalenti al XII-XV secolo. Sulla chiave di volta è scolpita la croce di Lorena, a due bracci orizzontali. Proprio questo simbolo indica che, in origine, questa era la sede di un hospitale che offriva ricovero a viandanti e pellegrini. Esso apparteneva all’ordine religioso degli Ospitalieri di Santo Stefano di Sassia, che nel XIV secolo gestiva analoghi ricoveri (ben 159) in diverse località, tra le quali Cittaducale, Cittareale, Accumuli, Amatrice e la stessa Ascoli. L’Ordine, fondato nel 1195 da Guido de Gaudio di Montpellier, aveva il compito dell’assistenza e della protezione dei pellegrini negli hospitales e, nelle cosiddette tavole di Santo Spirito, poste lungo la via Salaria, offriva ristoro a poveri e viaggiatori. L’hospitale cessò le sue funzioni alla fine del ‘500 e, rimaneggiato più volte, fu adibito a casolare agricolo e, infine, abbandonato.

Fotografie:

  • Foto 1 Chiesa di San Francesco Foto Porri Alessandra
  • Foto 2 Chiesa di San Francesco Estratto originale della Sindone di Torino Foto Porri Alessandra
  • Foto 3 Estratto originale della Sindone (part. della scritta) Foto Porri Alessandra

Bibliografia:

  • “Arquata del Tronto il comune dei due Parchi” di Narciso Galiè e Gabriele Secchioni Ed. SER 
  • Da “Icona del Mistero” segni e simboli eucaristici nella diocesi di Ascoli Piceno Di Don Vincenzo Tassi
  • Adalberto Bucciarelli, Dossier Arquatano, Grafiche D’Auria di Ascoli Piceno, febbraio 1982, pp 48-53
  • Archeodromo della valle del Tronto La statio romana di Surpicanum  S. Salvatore di Arquata del Tronto