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CASTRO
Il suo nome deriva da “castrum” Castello. Il borgo di Castro, a giudicare dal suo toponimo, ha origini medievali. Chiesa di San Michele Arcangelo (S. Angelo) Sicuramente già al principio del sec. XV esisteva la chiesa parrocchiale di S. Angelo (S. Michele Arcangelo), poi ricostruita e riconfigurata per assumere infine l’aspetto attuale. L’intitolazione all’Arcangelo guerriero già protettore dei Longobardi, costituisce un elemento di forte interesse, ricollegabile ad un radicato tessuto di credenze popolare, in cui la vivida figura del milite di Dio acquisiva un particolare vigore non privo di arcane risonanze.
Va ricordato che la chiesa custodiva una scultura in legno dipinto di arte locale databile alla fine del sec. XV con il medesimo soggetto rappresentato in modi e forme in tutto analoghi. L’opera è oggi custodita nel Museo Diocesano di Ascoli Piceno. Il patetismo e la linearità compositiva di evidente accento ispirato a devozione mutuati dall’opera lignea a sua volta esemplata sulla tradizione del vicino Abruzzo, contrastano in modo suggestivo con la rinascimentale compostezza del portale. Analogo contrasto è messo in atto dall’epigrafe, che esibisce un’impaginazione e una resa dei caratteri alquanto prive di rigore in luogo delle maiuscole lapidari di classica evidenza che caratterizzano i portali ascolani dell’epoca. L’appartenenza dallo schema del portale ad una tipologia assi diffusa proprio nell’edilizia civile del Cinquecento ascolano, suggerisce d’altro canto che il portale di Castro sia dovuto alle maestranze lombarde allora assai attive nella città, e che si stingevano proprio nella realizzazione in serie di portali, cornici e finestre di sapiente calibratura formale. L’epigrafe e l’affresco rivelano invece l’impronta di un gusto locale, libero da convenzioni e da norme stilistiche. Sul fianco destro, all’angolo con la facciata, va rilevata una meridiana frammentata di re-impiego. Sulla parete destra dell’aula si osserva un Crocifisso in legno intagliata e dipinto databile al sec. XVI. E’ notevole per l’articolazione accurata della posa e per il trattamento sommario del costato, reso con rigide linee parallele. Suscita effetto grazie al realismo dell’espressione (la testa reclina, gli occhi serrati, la bocca socchiusa) che si unisce alla vivida linearità dei tratti fisionomici. Sulla parte sinistra, dietro la statua devozionale di S. Michele spicca una grande pala con la Madonna del Rosario; S. Francesco e S. Chiara contornati dalla rappresentazione di 15 episodi della vita di Gesù. Sotto al riquadro centrale si osserva l’iscrizione: VOS MARIA P(e)R(hi)BETE/ROSAS DE CORDE /PUDICO/ILLA EX/EMPIRIO POMA/ BEATA DABIT /ANNO DOMINI 1613 (Offrite rose a Maria con animo puro: Ella dall’Empireo darà frutti beati Nell’anno del Signore 1613). Inquadrata la composizione una fastosa cornice con inserti di legno intagliato e dorato. Il trattamento delle figure, immediato ed elementare, ha la lividezza e la spontaneità degli ex voto, e si propone al tempo stesso in un contesto di evidenza e monumentalità. Particolare gustoso il riquadro della Presentazione al Tempio, con il sacerdote in cesti cardinalizie e l’altare decorato sul fronte da una croce. All’altare maggiore spicca un’imponente pala raffigurante la Madonna in gloria con il Bambino tra S: Michele Arcangelo, S. Pietro e il Beato Marco da Fonditore : Di un certo interesse iconografico per l’inserimento dell’arcangelo e del Beato locale, il dipinto propone una notevole scansione di piani e una costruzione abbastanza persuasiva. Nonostante talune rigidezze, nonostante l’ingombro della figura del Beato Marco, non ben correlato ai due fluttuanti, deliziosi angeli rappresentati in primo piano, nonostante la scarsa attenzione al rapporto tra luce e blocchi di figure, la pala dimostra sicure doti espressive non prive di compiacimento, proponendosi con effetti di gradevole arditezza. Sarà di sicuro interesse uno studio approfondito su questa composizione, che potrà senz’altro riconoscere dei rapporti con la pittura ascolana tra ‘600 e ‘700, dove gli apparati compositivi della scuola romana schiettamente riecheggiati nella pala in esame, furono re – interpretati dall’opera di Ludovico Trasi (1634-1695) e di Tommaso Nardini (1658-1718). Notevolmente mediocre sulla parete destra dell’aula, la pala seicentesca, che correda l’altare dedicato a S. Sebastiano. Il Complesso Edilizio di CastroIl borgo di Castro s’impone all’attenzione anche a livello paesaggistico grazie ad un blocco compatto di edifici allineati lungo un antico tracciato. Già ad una visione distanziata dell’incassato spicca subito una solida successione di ben sei organismi edilizi distinti che compongono un complesso unitario, quasi una cinta fortificata che si delinea perentoria lungo il greto del Fluvione. La varietà delle facciate posteriori, qua e là punteggiate da un androne voltato o da una soggetta, attrae subito l’attenzione. La successione delle facciate principali lungo il dolce declivio della strada antistante, finisce per dare ad una visione ravvicinata la tangibile impressione di un contesto architettonico urbano. Collegati gli uni con gli altri grazie ad un passaggio interno, i sei edifici mostrano ognuno una peculiare caratterizzazione strutturale e decorativa. La prima casa a partire da sinistra, elevata su due piani con le tre case successione, mostra un ampio arco carraio a tutto sesto attualmente tamponato ed è coronato da una loggetta a quattro archi sensibilmente rimaneggiata. Spicca l’unica finestra originale del primo piano, di forma trilitica, riquadrata da un classica modanatura rinascimentale. Particolare notevole la data 1532 scolpita al centro dell’architrave entro un elegante e originale bassorilievo a forma di cartiglio fluttuante arrotolato agli estremi. Si tratta di una forma ampiamente riproposta (si riscontra nella casa di Piano datata 1526 e in una finestra re-impiegata del Palazzotto Branconi a Balzo. Con ogni probabilità, tutti questi elementi sono stati realizzati da una stessa bottega. Il secondo prospetto è caratterizzato a piano terra da un ampio portale archivoltato ma si distingue soprattutto in virtù del secondo piano, rilevato da una cornice finemente modanata formata, dal basso verso l’alto, da un guscio, da un listello e da una gola. Su questa cornice marcapiano spicca la finestra destra, di consueta foggia rinascimentale, Caratterizzata sull’architrave da un ulteriore cartiglio con la data 1543; tronca in due la data e ingombra in parte la modanatura dell’architrave uno scudo lobato ad altorilievo il cui campo bipartito accogli uno pseudo - stemma che presenta in alto l’abbreviazione CT del nome del proprietario e, in basso, tre barre trasversali a mo’ di arme gentilizia. La Terza facciata, a fianco di un arco carraio tamponato, mostra una stupenda porta architravata sollevata rispetto al livello del terreno; come è suggerito dalla sua caratteristica foggia, serviva originariamente una bottega, precisamente la bottega del fabbro. I battenti a fasce di legno punzonate sono originali. L’architrave, sormontato da una quasi impercettibile piattabanda, presenta una bella iscrizione scolpita su apposita, stretta fascia orlata agli estremi. Questa l’iscrizione QUI CONFIDIT IN DOMINO NO(n) PERIBIT IN ETERNU(m) (chi confida nel Signore non morirà in eterno). Al centro, subito dopo DOMINO, è felicemente inserito il monogramma JHS ai fianchi del quale, in basso, spezzata in due parti, si osserva la data 1631. La quarta facciata, purtroppo intonacata, mostra al primo pino una serie di sobrie finestre trilitiche una della quali è affiancata da una caratteristica presa d’aria. Gli ultimi due edifici, sviluppati in lunghezza, si elevano su un solo piano. L’ultima casa, in particolare, ha un portale architravato con piattabanda, centrale a luce rettangolare. Al centro dell’architrave, entro un campo circolare, si osserva la data 1563 sormontata da una figura difficilmente decifrabile. Varcata la porta, ci s’immette in un corridoio voltato a crociera che sfocia in un androne aperto sull’esterno da un arco a tutto sesto accuratamente definito. Fotografie:
Bibliografia:
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