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CHIESA DI SANTA MARIA IN PANTANO
Nulla conosciamo di certo sulle sue origini. La notizia circa la fondazione di S. Maria in Pantano per opera del vescovo ascolano Audere o Auclere (745-780) non è suffragata né dalla documentazione né dalla tradizione storiografica. Il Capponi (1898) che per primo l’ha avanzata non porta infatti alcun elemento a sostegno delle sue convinzioni. La più antica attestazione di S. Maria in Pantano resta dunque la conferma della giurisdizione sulla “granciam de Pantano” presente nel diploma concesso da Federico II nel 1223 a Margherita badessa del monastero ascolano dei SS. Matteo ed Antonio di Campo Parignano. Vista l’unicità del toponimo nel territorio di Ascoli e nelle zone limitrofe, la grangia di Pantano può essere riferita al luogo in esame. S. Maria in Pantano, risulterebbe così parte integrante di una realtà insediativa tipica del movimento cistercense. La grangia è infatti un’azienda agraria che si colloca in un territorio divenendone un caposaldo economico ed organizzativo, e costituisce l’unità tipica del processo di espansione dei Cistercensi. Ancora ai principi del secolo erano osservabili i ruderi dei fabbricati che completavano la chiesa superstite nel costituire un tale prezioso ruolo di riferimento. L’antica fiera di Santa Maria in Pantano si svolgeva nella terza domenica di Luglio almeno sin dal sec. XVII per effetto di una concessione appositamente rilasciata da papa Innocenzo XII nel 1694. Non sono disponibili, per il momento, ulteriori elementi di valutazione storica. La chiesa non presenta indizi di strutture databili anteriormente al sec. XVI, epoca in cui risulta gestita in forma di prepositura. La più volte riferita cronologia dell’edificio ad epoca alto-medievale si basa sulla sola notizia riferita dal Capponi circa la pretesa fondazione avvenuta nel 780. Certo è che doveva esistere una chiesa più antica dell’attuale, ma non vi è al proposito alcuna testimonianza o indizio alcuno. Sarebbe utile al riguardo effettuare un’indagine archeologica che interessi l’area interna della chiesa ma anche le aree esterne, allo scopo di ricostruire l’articolazione del complesso originario.
Sulla facciata retrostante s’imposta la vela ricostruita ai primi del secolo, con l’antica campana bronzea fusa nel quattrocento, caratterizzata dai rilievi della Crocifissione, della Madonna con il Bambino e di S. Antonio Abate, il tutto arricchito da un’epigrafe inedita in caratteri gotici. Al corpo porticato segue il blocco corrispondente alle prime due campane dell’aula, sul fianco destro, ad interrompere una cornice che corre curiosamente ad una certa altezza della parete senza individuare un piano di basamento o d’imposta, si profila un portale con architrave iscritto e sormontato da un concio liscio, a sua volta coronato da un cornice di recupero non ben rapportata agli stipiti. L’epigrafe recita: SA(nc)TI DEI GENITRIX SUB TUU(m) PRESIDIU(m) CONFUGIMUS (O Maria Madre di Dio, ci stringiamo sotto la tua protezione). Le due righe successive propongono le abbreviazioni dei nomi di tutti coloro (oltre 10 persone) che hanno contribuito alla realizzazione dell’opera (non solo il portale ma la ricostruzione di tutta la navata): Al centro della seconda riga si legge la data di ultimazione dei lavori: 1704. Subito dopo il portale, in corrispondenza della terza campata, la struttura esterna si rileva leggermente allacciandosi ad un corpo murario più antico che forma le ali del presbiterio. Rimaneggiata nelle parti alte, la muratura antica si distingue nettamente dall’intervento settecentesco in virtù di una maggior accuratezza nella tessitura dei filari e nella resa dei cantonali, formati da conci impilati di discreta dimensione ben levigati sulla facciavista. Di particolare interesse sono poi le due monofore murate che si leggono a metà parete sul fianco destro. Pur riallacciandosi a fogge d’origine medievale, le due finestre se ne distinguono per le dimensioni e per la resa dell’inquadramento e sono soprattutto collocate in un contesto costruttivo privo di concreti indizi di un’opera muraria databile al Medioevo. Piuttosto, le monofore in esame riecheggiano le analoghe aperture ravvisabili nei più antichi esempi d’edilizia residenziale cinquecentesca presenti nel territorio di Montegallo. Spiccatamente posteriore alle ali del presbiterio è la sagrestia che chiude l’edificio nell’area retrostante all’altare maggiore. All’interno, la campata presbiterale concentra elementi di notevole valore storico - artistico. L’altare, con fronte a mo’ di voluta, è dipinto con motivi geometrici e floreali a fingere la presenza di un paliotto. La volta, le pareti laterali e la parete di fondo sono affrescate ad opera di Martino Bonfini da Patrignone. I dipinti risalgono al secondo decennio del sec. XVII.
L’attribuzione al Bonfini proposta da Daniela Ferriani e da Luciano Arcangeli (tacendo opportunamente su tutti coloro che hanno parlato di fantomatiche Sibille databili al sec. XIII o addirittura al sec. IX….), trova dunque una conferma completa. La felice intuizione dei due studiosi si poggia sul confronto tematico e stilistico con gli affreschi anch’essi autografi del santuario della Madonna dell’Ambro presso Montefortino, realizzati nel 1610-12 sull’onda del fervore artistico e religioso innervato dalla Santa Casa di Loreto. Nonostante il pessimo stato di conservazione a cui dovrà porre rimedio il progettato restauro, nonostante la perdita pressoché completa degli affreschi della parete destra e della volta, gli affreschi di Montegallo sono ben percepibili nella loro ingegnosità compositiva, e non sono affatto archiviabili come episodi secondari o come stanca ripetizione d’opere meglio riuscite, rivelando bensì accenti e particolari di stringente originalità. La loro situazione ambientale, peraltro, non ha mai subito modifiche sostanziali, e i dipinti stessi a differenza dei corrispondenti di Montefortino, sono indenni da ritocchi e da ridipinture. Se la nitida e sgargiante decorazione della volta è ormai indecifrabile, e quand’anche si ritenesse scontata o comunque ripetuta la soluzione tematica e compositiva delle parti laterali, la parete frontale è un piccolo capolavoro di raffinatezza. L’edicola trabeata racchiude al centro la scultura quattrocentesca della Madonna con il Bambino è parte integrante di un monumentale trompe-l’oeil, formato da due nicchie laterali e da un timpano sommitale accortamente ricordati alla cromia e allo stile dell’edicola stessa. Ai lati, come oggetti effettivamente racchiusi in una nicchia, si profilano due geni che sorreggono candelabri. L’effetto tattile è dato dai piedistalli delle figure e dalla tinta monocromatica che le assimila a lavori d’intaglio. Agli estremi della parete si delineano due edicole frontonate che racchiudono due finestre dipinte, illusoriamente aperte su paesaggi pregni d’atmosfera, con delicatissime gradazioni tonali. Sul fregio del timpano centrale compare la figura dolce e solenne del Padre Eterno e ai lati a sfondare il piano retrostante all’appartato decorativo, si effonde la luce dorata del cielo contornato dagli angeli, con una sensibilità di toni e di sfumature che fa da contrappunto al bianco delle architetture. Nelle pareti laterali, le nicchie a conchiglia delle fasce inferiori con le figure paludate dei Profeti in monocromo, riecheggiano il gioco delle architetture frontali. A sormontare i Profeti, troneggianti, si profilano a sinistra la Sibilla Ellespontica e la Sibilla Agrippa (di gran rarità iconografica), a destra la Sibilla Frigia e la Sibilla Delfica (ormai deperite). La parete di sinistra, la meglio conservata, mostra nei riquadri centrali, dall’alto in basso, la Natività e l’Annunciazione. La Natività, perfettamente leggibile, è un brano di gran delicatezza figurativa e narrativa, in cui la resa fluida e dolcissima delle figure, s’inquadra in uno scenario di gran respiro, nitido e pregno di suggestioni (le arcate in rovina dello sfondo, l’annuncio ai pastori sul limitare di una gola, alle prime luci dell’alba). E’ stata appurata l’esistenza di una decorazione pittorica più antica, che potrebbe aver condizionato le particolari scelte tematiche degli affreschi del Bonfini. L’analisi delle strutture murarie non ci consente comunque di situare quest’antica decorazione parietale ad un’epoca anteriore al sec. XVI.
Per informazioni sull'apertura della Chiesa di Santa Maria in Pantano Associazione Turistica "La Terra delle Meraviglie" 0736/243418 333/3755684 Associazione Giovanile "Mons Gallorum" 328/9427811
La statua della Pietà Nella Chiesa vi era in passato una statua della Pietà molto venerata. E’ una statuina alta 84 cm in terracotta policroma d’autore ignoto risalente al XV secolo. Questa Pietà appartiene ad una tipologia molto diffusa nelle Marche, nell’Umbria, nell’Abruzzo e nell’Italia settentrionale. Il tipo si era sviluppato nella tedesca regione della Boemia, nel secolo XIII. Il corpo del Cristo è magro e rigido ed appare molto piccolo rispetto alla figura di Maria. Tuttavia una certa eleganza si nota sul viso, sui capelli, nella barba, nell’espressione tristemente dolce, di una sofferenza spirituale. La Vergine esprime un dolore più umano con il suo volto corrucciato e con le copiose lacrime che, scaturendo dagli occhi in numerosi rivoli, le solcano le gote. Le pieghe dei panneggi, fitte, ondulate e parallele, accentuano, con il loro dinamismo, la drammaticità della scena. Oggi la statua è conservata al Museo Diocesano di Ascoli Piceno. Bibliografia:
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