I comuni
Appignano del Tronto
Artigianato e Tradizioni
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USI E TRADIZIONI La nascita La donna incinta è circondata da infinite accortezze; ogni suo desiderio viene appagato con sollecitudine. E’ diffusa credenza popolare che le sue voglie (li vogghie) stimolate dal feto, se non soddisfatte, la espongono a grave rischio di aborto. Se per avventura il cibo, la primizia o l’oggetto desiderato non potesse reperirsi dai famigliari, la donna gravita deve “girasi la fede” o “toccare la terra con la mano” per impedire il danno. Non compiendo quest’atto e toccansi invece, una parte del corpo, metterebbe il feto in condizione di nascere portando impressa la forma o il colore dell’oggetto desiderato nella stessa parte del corpo toccata dalla madre. Sarà femmina o maschio? Se la donna avrà il ventre rotondo partorirà femmina, se esso si mostrerà molto sporgente in avanti, quasi a punta, farà maschio. La trepida attesa per la venuta al mondo del primogenito, se il neonato è di sesso maschile, si termina festosamente con l’offerta di succulenti fette di prosciutto stagionato a quanti si recano a porgere gli auguri alla puerpera e al neonato. Se nasce una bambina i visitatori devono accontentarsi di modeste “crispelle"; inoltre, prima o poi la puerpera si vedrà recapitare il regalo simbolico di una conca scoperta allusione alle future mansioni tipicamente femminili. Nel recarsi a far visita alla puerpera si porta in dono una gallina, per la diffusa convinzione che una buon brodo procura alla gestante più latte. Il battesimo Si amministrava il giorno stesso della nascita o il giorno dopo, al massimo entro la settimana E’ privilegio della levatrice (la mammina) portare al fonte battesimale il neonato; se è maschio la testa deve poggiare sul suo braccio destro , se femmina sul sinistro. In chiesa, ove il piccolo corteo non poteva oltrepassare l’atrio prima dell’inizio del rito, assistevano oltre al genitore, il padrino (il compare), la madrina (la comare) e pochi altri invitati. La madre non partecipava. Per la cerimonia era la mammina che prendeva il braccio il battezzato tutto infiocchettato; sulla porta di casa, alla mamma ferma a statua per salutare, la levatrice diceva: “ Me lo dai pagano, te lo riporterò cristiano” E la mamma: “Dio lo faccia” Il piccolo festoso corteo si avviava verso la chiesa. Ritorno a casa, alla mamma in attesa: “ Me lo hai dato pagano, te lo riporto cristiano”.“Dio lo benedica”. Del tutto scomparsa l’antica usanza, dopo il parto, di riammettere “in sacris” la puerpera con una speciale benedizione impartita dal sacerdote all’ingresso della chiesa e davanti l’altare: era il biblico rito della Purificazione interpretato dalla credenza popolare come rimozione dell’impurità contratta dalla donna con la gravidanza. La crescita Per aiutare il bimbo nella crescita e proteggerlo dalle “streghe” era frequente l’uso di cucine alla vestina del neonato il cosiddetto “breve” (un sacchettino di stoffa contenente lievito di farina e grani di sale da cucina), amuleti vari consistenti in cornetti d’oro o di corallo, medagliette con immagini di santi e un fiocco di peli di tasso. Al momento del “cambio”, prima dell’abbondante fasciatura, al neonato venivano bagnate le gambe e le braccia con vino cotto perché si riteneva crescessero più robuste. Verso i tre anni molti genitori erano soliti condurre i loro piccoli al santuario della “Madonna di Campolungo” a “segnà la mosca”, superstiziosa credenza consistente in una specie di scongiuro che avrebbe dovuto far scomparire dal volto dei piccoli la mosca, cioè quella trasparenza azzurrognola della vena sanguigna che si forma alla radice del naso e che col tempo scompare da sé. Nei decenni passati, quando la mortalità infantile era molto elevata la mamma che aveva avuto la sfortuna di perdere la propria creatura, nel ricordarla, ogni 28 dicembre, festa degli Innocenti, si asteneva scrupolosamente dall’adoperare nei lavori domestici l’ago, le forbici, il coltello, nel timore di trafiggere o tagliare il corpo dell’anima innocente. Il fidanzamento In tempi passati non vi era un fidanzamento perché tutto era combinato dai genitori. Entrambi le parti cercavano il modo di far crescere il loro patrimonio. Il contratto di matrimonio veniva rogato per mano di notaio, con precise clausole sulla dote e modalità di pagamento. Solo dopo il concilio di Trento fu fatto obbligo ai parroci di registrare i matrimoni celebrati in parrocchia. Nelle notti estive, al chiaror di luna, quando le famiglie erano già a letto, il giovane interessato si univa alla brigato dei componenti il concertino per recarsi sotto la finestra della sua ragazza. Se il messaggio era accolto con gradimento dalla ragazza e condiviso dai genitori, prima s’illuminavano le finestre, poi si spalancavano le porte e i suonatori venivano accolti in casa e rifocillati. Dopo la stagione del fidanzamento, solitamente di breve durata, otto giorni, prima della data di celebrazione delle nozze, i parenti dello sposo si portavano nella casa della sposa per appiccicare l’oro. Con questo rito, cioè l’offerta alla sposa di una catenina e orecchini d’oro, collana di corallo, si dava ufficiale assenso alle nozze da parte della famiglia. Il matrimonio Qualche giorno prima del matrimonio, parenti ed amici sono invitati nelle rispettive case degli sposi per ammirare il loro corredo e i regali, messi in mostra. Il giorno delle nozze gli invitati si radunano nella casa della sposa, donde si snoda il corteo nuziale regolato da precise norme. La sposa di bianco vestita, con lungo velo a strascico, una corona di fiori d’arancio in testa e un mazzetto di fiori freschi in mano apre il corteo a braccetto del genitore o del fratello. Lo sposo attende in chiesa. Celebrato il matrimonio, dalla chiesa si ricompone il corteo per il ritorno: precede lo sposo a braccetto della sposa, poi il compare d’anello poi gli altri. Un tempo, lungo il tragitto parenti ed amici organizzavano la cosiddetta “fratta”: il corteo venia fatto sostare alquanto per consumare dolci, liquori e vino cotto. Al giungere della sposa alla casa dello sposo, la vergara che attendeva sulla soglia consegna alla nuora un ramoscello d’olivo benedetto, accompagnato da queste parole: “ Eccoti la palma dell’olivo, porta la pace in casa mia”. Se il matrimonio veniva contratto da persone anziane o vedove, il cui rito religioso si celebrava nelle ore antelucane, calata la sera i giovani del paese si sbizzarrivano in una fragorosa “scampagnata”. Per impedire il prolungarsi dell’imbarazzante frastuono, non resta altro, allo sposo che offrire cibo e vino. Lutti Al mistero della morte si accompagnano numerose usanze. L’agonia di una persona era annunciata ai paesani dai mesti rintocchi della campana detta dell’agonia: 13 tocchi per un uomo, 12 per una donna e a distesa per un bambino. Appena una persona spirava, il cadavere veniva lavato e rivestito: se giovane nubile, di bianco con velo e corona di fiori d’arancio sul capo; se bambino, pure di bianco con corona floreale sulla testa e i piedini nudi. Tra le mani degli adulti, tuttora, s’intreccia una corona del rosario, sul petto si pone un crocefisso ligneo e sul letto funebre si spargono petali di fiori. Al momento preciso della morte i famigliari si affrettavano ad aprire le finestre della camera, in cui il morto era spirato, quasi a facilitare il “transito” dell’anima verso il cielo. Nella camera dove veniva composta, si collocavano 4 candelieri con ceri accesi e si velavano gli eventuali specchi. La veglia funebre si protraeva sino al momento dei funerali con recita di rosari, litanie. Il feretro era accompagnato, oggi al camposanto, ma prima del 1877 in chiesa nelle fosse carnaie. Prima per il lutto, le donne rimanevano chiuse in casa 8 giorni. Confezionatesi le vesti da lutto uscivano la prima volta per recarsi in chiesa alla messa funebre di suffragio. Gli uomini per giorni non si radevano la barba e listavano a lutto la giacca: per la morte dei genitori, figli, fratelli e sorelle adulti, il lutto durava almeno un anno, generalmente le figlie lo conservavano fino al matrimonio, le madri e le vedove per tutta la vita. Bibliografia
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