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LEGGENDA NEL DIALETTO DI TRISUNGO DI ARQUATA DEL TRONTO

Trascritta da Alighiero Castelli nel 1896

Il Pellegrino
C’era ‘nu patre e ‘na madre, avé ‘na figghia e andava a San Giacomo de Galizia: se fermarono là da ‘n ‘osteria: disse a la figghia – Va rifare il letto dò va li pellegrine a riposare –O mamma mamma, non posso soletta‘n posso buttà coperta sopra ‘l letto –Glie respose ‘l figghie del pellegrine:- Andamo, ca ce voglie venì io – O donna donna, a me no’ me toccare co’ disonore avesse da calare – Prese ‘na tassa e la mise ‘n saccoccia- O mamma mamma , te do brutta novella, s’hanno rubata chella tazza bella,chella che era bella ‘nocoronata: ‘l figlie del pellegrì se l’ha rubata- O figghie figghie, avesse fatte queste, te merteriste d’essere ‘mpiccate –Passate che fu ‘n annue e tre giorni,quanne tornava, se sentì chiamare:- Checche, sente chiamà ‘n quello faggettodove lasciammo quel figliuol soletto –- Francesca mia, attendi a camminare la vogghia fa tue fighie vaneggiare –- Anch’io sente ‘n voce dal faggettodove lasciammo quel figliol soletto –- O babbe, andate da lu Podestà.dice che la condanna la ragione-Lu Podestà sta a pranzo a spezza una galle:- O Podestà, che te pòzze fa prode,faccia de re deventa ‘mperatore:lu mie figliol l’hanno ‘mpiccato a torte,se lì le forche vive e non è morte-- Sciocca quanne stu dalle canta e vola……………………………………………………….E quille galle pe vertù de Diese nisse ‘n terra e cominciò a cantare – - Vanne a chiamare la figghia dell’oste –- O pazzerella pazzerella matta,come passa la cosa de la tassa?De queste te lu diche, signor mie:era un giovene belle e me piaceva;la tassa ghie la mésse pe la via – - Che sse mertarebbe la tua faccia bella?De farlu ‘nu cascì ‘n miezz’a la terra,Che asse mmettarebbe la tua faccia cara?De farlu ‘nu cascì ‘n miezza ‘na piana- Prima che se faccia ‘ssu casscine,vogghie vedé lu figghie del pellegrine -

 

 

                                               

E’ una leggenda popolare in versi dialettali raccolta nella campagna di Trisungo di Arquata da Alighiero Castelli e stampata nel 1896 nel suo periodico “Vita Popolare Marchigiana”. Il testo, che presenta diverse incongruenze, sembra una rielaborazione di tradizioni orali più antiche(vedi ad esempio la figura del Podestà), di varia provenienza. Ben presto inoltre, si perde il tema religioso del pellegrinaggio ( che sembra quasi far da sfondo agli eventi narrati), per introdurre una fosca vicenda d’amore dai risvolti tragici.

Ed eccoci alla vicenda: una famiglia si incammina per il lungo pellegrinaggio che la porterà a Santiago de Compostela. Una sera si ferma ad un’osteria per trascorrere la notte. La trattrice manda allora la figlia a preparare la camera per gli ospiti. Ma questa, invaghitasi a prima vista del figlio del pellegrino (che evidente non era male), cerca l’occasione per rimanere sola con lui; dice perciò di aver paura di salire sola al piano superiore e fa in modo che il giovane la accompagni. Qui invertendo quelli che di solito sono i ruoli delle parti, cerca di persuaderlo a stare con lei. Vistasi però rifiutata (la storia non dice il perché…), decide di vendicarsi e nasconde nella tasca dell’ignaro ragazzo una tazza di valore (da notare che tazza può assumere nella parlata dialettale il valore traslato di organo sessuale femminile e forse nel racconto c’è una sottintesa allusione, dato il carattere franco e popolaresco di questa trama). La ragazza fa quindi una scena madre accusando dinnanzi a tutti il giovane del furto. E, visto che allora non esisteva il tribunale della libertà e si andava per le spicce, il ragazzo (innocente) è arrestato e impiccato ad un faggio. Passano un anno e tre giorni ( il valore di questi tre giorni mi sfugge, ma evoca ricordi di magica matematica) la famiglia torna a casa dal pellegrinaggio in Galizia. Ed ecco che, proprio di fronte all’osteria maledetta, sente provenire dal faggio la voce del ragazzo, che svela come sono andate le cose. Dopo un primo momento di sorpresa, i genitori corrono dal Podestà e pretendono giustizia, affermando di aver udito la voce del figlio giustiziato. Il magistrato, che siede a tavola e sta proprio per azzannare un pollo arrosto, ride e dice che la vicenda è assurda così come è impossibile che quel pollo possa tornare a cantare. Ma nemmeno a farlo apposta, il gallo riacquista le piume, si leva e alza il suo canto. Viene condotta dinanzi al Podestà la “pazzerella matta”, causa per capricci, della tragica vicenda. La sciagurata, messa alle strette dal miracolo, vuota il sacco confessando di averlo fatto accecata dalla passione e dalla gelosia. Merita quindi di essere messa al rogo in mezzo alla campagna ma, prima, dice di voler rivedere il figlio del pellegrino. Ci sarà un ulteriore miracolo, magari operato da S. Giacomo?

La storia finisce bruscamente, lasciando così ad ognuno la libertà di immaginarla come vuole; ciò che conta per l’ignoto autore è infatti l’insegnamento che si deve trarre dalla vicenda: la passione può causare con l’inganno anche una tragedia, ma la verità alla fine viene a galla, come pure è la giustizia divina a dire sempre l’ultima parola

Bibliografia:
  • “Pellegrini per la Spagna” Flash Mensile di Vita Picena n. 60 del Marzo 1983 Pag. 34-35 di Bernardo Nardi