| Palmiano |
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Palmiano nelle sue vicende da “Flash il Mensile di vita Picena” n. 118 del GENNAIO 1988 di Luigi Girolami Viaggio alla riscoperta dei piccoli comuni: Palmiano Da “Comunità Montana” Anno 1 n. 3/4 del Luglio -agosto 1979 di Giovanni Ferrari
Sul versante Nord Ovest del lembo orientale dell’Appennino Ascolano a 541 metri d’altitudine sul livello del mare, giace appollaiato nell’impervia vallata del torrente Cinate il modestissimo centro montano di Palmiano, che ha la prerogativa singolare d’essere oggi il più piccolo comune della nostra provincia. Dista dal capoluogo piceno circa 20 minuti d’auto, percorrendo la Statale Venarottese. E’ opinione di molti storici che questo castello è fondato sullo scadere del XIV secolo dai monaci benedettini dell’ordine di Farfa che in quell’epoca presidiavano l’intera zona geografica esistente dal Tronto al Tenna e dai monti al mare. L’ipotesi è avvalorata dal fatto che, da documenti risalenti all’anno 1661, è che nel paese era diffuso il culto dei Santi Farfensi Vittoria e Anatolia, e che nella località di Pedara esiste un torrione quadrato, tipica costruzione benedettina, risalente a circa l’anno mille. Anticamente il suo nome era Palombiano (sindacatus palombianus ) com’era presso il catasto Ascolano del 1381; solo più tardi, per una comoda contrazione linguistica della parola, fu modificato in Palmiano (toponomastica Marchigiana di Giulio Amadio). Palombiano nel 1150 fu donato dall’imperatore Corrado III di Svevia al vescovo – Conte della diocesi d’Ascoli Presbiterio e il 25 settembre del 1288 “la Comunità del Castello di Palmiano col consenso del Massario nomina Giovanni di Actone abitante del Castello procuratore per stipulare con la cittadinanza della città di Ascoli e rinnovare antichi patti di protezione ed aiuto da parte della città, pagamento delle imposte del Castello”(1). Nel 1299 era molestato da feroci sanguinari, ma Papa Nicolò IV, provvide ad inviare pressanti ordini al Rettore della Marca Giangiacomo Colonna perché lo proteggesse e lo difendesse da ogni sorta di nemici. La sua popolazione sparsa tra ville e casali, è stata sempre esigua di numero e pacifica di carattere, dedica esclusivamente alla coltivazione dei modesti terreni, passati d’eredità in eredità da padre a figlio e ben lontane dalle medioevali contese dinastiche. Questo, infatti, spiega il motivo per cui il castello era stato costruito a fondo valle e quasi senza alcuna fortificazione. Nella comunità di Palmiano esisteva una confraternita della del SS. Sacramento, eretta e canonicamente approvata nel 1632 dal Pontefice Urbano VIII, le cui dispense avevano luogo nei periodi della semina e nei mesi di maggior bisogno, mentre i modesti proventi erano elargiti a beneficio del culto e al mantenimento della chiesa. Nel 1670 a Palmiano esistevano due Chiese: S. Angelo e S. Maria delle Grazie, delle quali la prima era dentro il paese, ed ora ne resta solo l’abside, mentre la seconda era posta fuori dal primitivo centro abitato e in un documento dell’epoca (1670) era definita extra-castrum. Nel 1700 la confraternita di Palmiano si recò processionalmente a Roma in occasione del giubileo indetto da Papa Innocenzo XII. Nella capitale i fedeli alloggiarono nell’Ospizio della SS. Trinità presso Ponte Sisto e dopo aver visto con molta commozione il sommo pontefice ed acquistando indulgenza, intrapresero il lungo viaggio di ritorno attraverso l’Appennino centrale affrontando insidie pericoli. Sin dal 12 Maggio 1682 a Palmiano si celebra la festività votiva di S. Antonio abate nata, secondo la tradizione , per un miracolo del Santo. Tre secolo fa infatti un contadino del luogo mentre si recava al pascolo con le sue bestie, fu colto sul posto da un improvviso temporale ed una fiumana d’acqua lo coinvolse trascinandolo a valle. Tra le acque di quel diluvio, il poveretto invocò il Santo protettore e insieme tutte le sue bestie rimasero illese. Tornato in paese, sano e salvo, il devoto contadino organizzò una festa in onore del Santo che, anno dopo anno, si rinnovò fino ad oggi. Nel 1799, al tempo del “Terrore bianco” più comunemente detto del brigantaggio, Palmiano subì la più grande devastazione della sua storia. In quell’anno, infatti, numerosi briganti, fingendosi paladini del governo Pontificio, scesero dalle montagne circostanti e, asserragliandosi nel piccolo villaggio, lo cinsero d’assedio, mettendolo a ferro e fuoco saccheggiandolo ed incendiandone numerose abitazioni. Proprio in quella circostanza andò distrutto l’archivio comunale, ricco di libri e antichi manoscritti d’alto valore, che oggi furono serviti per un’esauriente ricostruzione della storia del castello. Dopo tale periodo bellico, il comune rimase privo dell’istruzione pubblica e il prevosto parroco, don Pietro Battistini, in via privata riuscì a dare una modesta cultura ai cittadini, che impararono appena a scrivere e a malapena a leggere.(1861). |
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