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PEDARA

CHIESA DI SS. IPPOLITO E CASSIANO 

La chiesa di Pedara è dedicata ai SS. Ippolito e Cassiano. Lungo la strada che conduce a Montegallo, domina dalla Torre Campanaria, posta a dominare l’imbocco dell’alta valle del torrente dalla balza di un poggio.

Si possono già facilmente intuire le molteplici componenti e motivazioni di un edificio siffatto, non solo strumento di preghiera e luogo di rappresentanza, ma viva componente di un ambiente e di un tessuto ecologico e sociale.

Impostandosi in aderenza alla facciata, sulla lineadi mezzerie, la torre campanaria conferma ad una visione ravvicinata la particolarità del suo ruolo: Fortificando l’ingresso delle chiese-fortezza, a quegli edifici sacri tipicamente medievali ce nella loro stessa configurazione rivelano un utilizzo difensivo della struttura.

Costruita completamente in filari omogenei di conci di arenaria, la torre di Pedara era originariamente strutturata in ben cinque piani.

Al pianterreno si trovava una cappella originariamente affrescata: due porte collocate in asse alla chiesa consentiranno l’ingresso all’aula, ma problemi statici spingono  nel sec. XVI a murare l’ingresso esterno realizzando una scarpata di consolidamento.

Al primo piano, sostenuto da una volta a botte, si entrava originariamente tramite una posterla esterna aperta sulla mezzeria della parete frontale, a sormontare la porta d’ingresso alla chiesa. L’accesso alla torre poteva soltanto compiersi pertanto con l’ausilio di una scala mobile di legno poggiata sulla parete esterna. Una tale soluzione era ovviamente in rapporto all’esigenza di impedire agli eventuali assalitori di introdursi all’interno della torre stessa.

Una volta entrati, un nuovo ostacolo era costituito dal collegamento con il secondo piano, assicurato da una posterla richiudibile dall’interno, con una foggia di netta ispirazione difensiva. La pusterla introduce in una chicane, ossia in un passaggio angolato di alcuni gradini, ricavato nella struttura perimetrale dell’edificio.

Arrivati finalmente al secondo piano, sostenuto da un volta a crociera, ci si trovava in una sorta di piazzaforte aperta all’esterno da un’apposita pusterla e da tre feritoie.

L’ambiente è di straordinaria suggestione. Dopo la faticosa saluta dei gradini dell’augusto collegamento, lo spazio erompe all’improvviso, immerso in una penombra squarciata dai fasci di luce che provengono dalla strette aperture.

Qui era possibile controllare e difendere l’edificio, ma era che possibile raccogliere beni e derrate allo scopo di metterli a riparo da ogni evenienza. Un ballatoio di legno collegato da scale anch’esse di legno conduce alla cella campanaria, originariamente strutturata su due piani.

Il piano superstite della cella su tre lati da ampie bifore con le centine degli archi impostate sulla lieve evidenza di una cornice appena modanata. Le colonnine di sostegno sono caratterizzate da capitelli calcarei a stampella. Particolare notevole il capitello della bifora Sud, decorato da un motivo geometrico a linea spezzata forse riconducibile ad una suggestione di origine arabo-normanna. Il lato Est è aperto da due monofore abbinate.

Sul lato frontale della torre si evidenzia un concio inciso con la raffigurazione di un  di un labirinto a chiocciola. Si tratta di una composizione grafica elementare di antichissima origine, variamente attestata, che assolve qui alla funzione di tramandare il segno della presenza e della volontà di uno dei maestri lapicidi impegnati nel lavoro di costruzione della struttura. Sul piano dei significati simbolici, è una raffigurazione che rapporta la totalità (la spira del labirinto) ad un punto (il centro), istituendo un rapporto tra il macrocosmo e il microcosmo, tra l’unità generatrice e l’universo tutto. Alla stessa gamma di significati si rapportano altri figure centriche elementari, che assolve qui alla funzione di tramandare il segno della presenza e della volta di uno dei maestri lapicidi impegnati nel lavoro di costruzione della struttura. Sul piano dei significati si rapportano altre figure centriche elementari come la ruota di carro o la rosetta inscritta, che tanta fortuna ha goduto nella simbologia romanica, e che ritroviamo con dovizia di riscontri nell’architettura montegallese del Cinquecento.

La chiesa, a semplice sala con una sagrestia a fare da abside, è costituita anch’essa in arenaria ed è stata più volte rimaneggiata nel corso del tempo, soprattutto nel sec. XVIII, quanto fu realizzata l’attuale decorazione interna furono aperte le finestre ad arco ribassato.

Segni notevoli della conformazione originaria si notano soprattutto nel fianco destro, dove si legge ancora l’orditura delle lesene che ritmavano la parete, impostate su una fascia basale e originariamente concluse dalla consueta sottogronda ad archetti, nelle forme già evidenziate nell’esemplare di Marsia. Una monofora murata ad ampio strombo, con la ghiera riquadrata da laterizi e formata da conci d’arenaria e laterizi alternati, è l’unica luce originaria rimasta.

Degno di nota è il portale datato sull’architrave 1548. Caratterizzato da una riquadratura e da una cimasa modanate di schietta ispirazione rinascimentale, è sormontata da una lunetta priva di raccordi compositivi, posta ad inquadrare una affresco raffigurante la Madonna in trono con il bambino benedicente. Realizzata da un pittore di modesta levatura, l’opera è comunque intrisa di una gradevole leggerezza di tono, e riecheggiando i moduli della pittura tradizionale del Quattrocento, rivela un’apprezzabile accuratezza compositiva nella tripartizione dello sfondo, che suggerisce, di là dal parapetto, un paesaggio collinare alle prime luci dell’alba.

Sul fianco sinistra si nota una porta datata sull’architrave 1748. E’ attualmente l’usuale accesso alla chiesa. Originariamente, l’ingresso era invece assicurato dai due ingressi posti in asse all’aula al pianterreno della torre campanaria. Varcato l’ingresso eterno ci si trovava in una cappellina voltata a botte rivestita di affreschi. Assai frammentari eloquenti resti di questa decorazione pittorica si leggono ancora sulla parete frontale, a sormontare la porta di collegamento alla chiesa.

Al centro, proprio in asse alla porta, si profila il Cristo benedicente assiso su un trono a forma di conchiglia. Ai fianchi si presentavano due Angeli reggicalice nell’atto di rendere omaggio al Signore. Campito da un fondo blu punteggiata da bianche stelle floriformi, l’affresco era delimitato lungo il profilo arcuato della volta da un’elegante figurine di uccelli.

Di questa pregevole composizione permane ancora leggibile, benché gravemente lesionato, l’Angelo sinistro. Nonostante il pessimo stato di conservazione, le parti superstiti manifestano i segni di una cultura figurativa e di una tecnica formidabili. Lo schema “regale” della rappresentazione si rifà innanzitutto alla grande tradizione iconografica irradiata dalla cultura bizantina nel bacino mediterraneo, e che trovò in particolare due forti centri di propulsione per l’area centro-italica nella stessa Roma e nella celebre abbazia di Monte Cassino, dove la vasta produzione pittorica promossa nella seconda metà del sec. XI dall’abate Desiderio si avvalse del prezioso supporto di prestigiose maestranze orientali. Un eco eloquente della gran tradizione orientale si avverte negli affreschi della Chiesa di S. Giorgio all’Isola presso Montemonaco, dove in particolare la rappresentazione della Deesis dell’abside, databile tra la seconda metà del sec. XII e i primi decenni del sec. XIII, mostra evidentissimi rapporti a livello iconografico e formale con i mosaici della Sicilia normanna, che propongono con luminoso vigore la plasticità, la sensibilità cromatica e il rigore composito della cultura figurativa tardo comnena.

Il maestro di Pedara si riallaccia alle medesime fonti, e si rivela di una forte personalità grazie al sapiente modellato delle vesti e grazie all’accurata caratterizzazione dei particolari e dei motivi decorativi. La finezza della “greca abitata” d’inquadramento, il delicato grafismo delle lumeggiature  e dei passaggi tonali e, soprattutto, la maestria inconsueta nell’uso del bianco, che corre lungo i filamenti della greca, illumina le ali dell’Angelo e avvolge l’Angelo stesso, trasmettendo un senso di morbida levità, suggeriscono che il nostro artefice, colto e itinerante, si sia formato in uno scriptorium monastico, maturando la sua vocazione nell’arte della miniatura, con tutte le possibilità espressive che essa consentiva a livello iconografico e formale. Si spiegherebbe così la complessità di uno stile che pur riallacciandosi alla gran tradizione pittorica del Meridione, manifesta un’ampia gamma di suggestioni, accogliendo in particolare, con la caratteristica greca d’inquadramento, un modello di pratica decorativa di tardo-antica ascendenza riconducibile bensì alla pittura dell’Italia settentrionale.

Altri episodi d’importante arte pittorica medievale si osservano all’interno della chiesa. Sulla parete sinistra dell’aula, entro l’inquadramento di un altare, sottratta la pala che esso conteneva, è venuta alla luce una trecentesca Natività d’eloquente valore stilistico, e che meriterebbe un adeguato restauro.

L' affresco colpisce vivamente per il realismo degli elementi della scena, per la formidabile caratterizzazione dei volti dei pastori e per l’intensa delicatezza profusa nei volti della Madonna e del Bambino oltrechè nell’Angelo che campeggia sul cielo, reso con soave trasparenza di toni, elegantissimo nelle sue mani nitide e affusolate: un mirabile controcanto “grottesco” all’Angelo dipinto due secoli prima alla base della torre.

Sempre sulla parete sinistra, entro un’ampia nicchia decorata nell’intradosso, osserva un ulteriore affresco trecentesco d’evidente qualità e integralmente conservato. Entro un campo delimitato da una dentellatura prospettica si profila, al centro, La Madonna in trono che allatta il Bambino affiancato da S. Agostino e da S. Caterina. La compiuta costruzione prospettica del trono, la levigata dolcezza dei volti, l’accuratezza di taluni particolari, come l’elegante fantasia d’acanto fiorito che adorna la veste di S. Caterina, evidenziano senza possibilità di dubbi la mano del Maestro d’Offida. Lo stesso maestro, utilizzando i medesimi cartoni, realizzò il S. Antonio e la S. Caterina affrescati nella nicchia della parete destra.

Per finire questa breve rassegna, va ricordato che in fondo alla parete sinistra un mediocre affresco votivo voluto da un certo Sante Grillo nasconde formidabili tracce di una gustosa rappresentazione dell’Inferno, che rivela una vocazione al mostruoso e al fantastico difficilmente riscontrabile in area picena. Sono tracce che meriterebbero un recupero e uno studio approfondito.

Dal quadro che si è sin qui fornito, si evince che la chiesa di Pedara, tuttora nell’attesa d’intervento di restauro che ponga fine al suo stato di fatiscenza, costituisce non solo una delle più pregevoli testimonianze dell’arte sacra picena, ma anche uno degli episodi più singolari e significativi dell’arte medievale marchigiana. La sua spettacolare posizione ambientale, unita all’eccezionalità della sua configurazione e dei suoi elementi, non può che favorirne in futuro una forte qualificazione come meta turistica unica ed esclusiva.

 

Fotografie:

  • Foto 1 Campanile della Chiesa;
  • Foto 2 Lunetta del portale laterale foto Porri Alessandra;

Bibliografia:

  • Spunti di Arte Sacra nella Valle del Fluvione di Furio Cappelli edizioni CEA 1999 Collana “Quaderni storici naturalistici del Piceno”